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L’Europa
ha un cuore cristiano … l’Umbria! Ma gli Amministratori ne sono a conoscenza? |
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Parafrasando
un fortunato slogan promozionale di fine millennio, si potrebbe sostenere
che “L’Europa ha un cuore cristiano …”e, volenti o nolenti, questo
cuore è proprio “… l’Umbria”. Questa
convinzione si fonda certamente sull’autenticità e la radicalità della
fede di molti Umbri contemporanei, più o meno noti, ma, soprattutto,
sullo spirito che ha animato la folta schiera di Santi che hanno
attraversato in lungo e in largo la nostra terra sin dagli albori del
cristianesimo. E
sì, perché la storia cristiana della nostra regione è sostanziosa e
antica, iniziando, per chi lo ignori, dal II secolo con il martirio di
uomini e donne come Terenziano, Ponziano, Costanzo, Feliciano, Lorenzo,
Valentino, Brizio, Crispolto e i suoi compagni, Emiliano, Firmina,
Fidenzio e Terenzio, e molti altri ancora. Uomini
e donne tutt’altro che “sempliciotti” e privi di “spina
dorsale”, né tanto meno inebriati “dall’oppio della religione”,
bensì capaci di affrontare la vita e la storia della propria
contemporaneità con quella convinzione, quella lucidità, quello spirito
profetico e quell’eroismo che solo nascono dall’incontro profondo con
Gesù Cristo risorto. Insomma,
una fede vissuta non solo, e non tanto, per se stessi, quanto per
l’altro, per “l’uomo contemporaneo e per quello che sarebbe loro
succeduto”; una fede in Cristo per l’uomo e con l’uomo. Non
a caso Giovanni Paolo II, rammentando nel maggio del 1980 ad alcuni fedeli
provenienti dall’Umbria le proprie radici, domandava: “Qual è
stata la forza interiore che ha formato i vostri Santi, e perciò è
tuttora valida per costruire l’autentico cristiano? La risposta è
semplice:”, proseguiva, “la convinzione della fede!”. Si tratta di quella fede, per l’appunto convinta, sorgente e al tempo stesso frutto di opere strabilianti che, come monumenti imperituri, testimoniano all’uomo contemporaneo, a me che scrivo e a te che leggi, che è possibile vivere con pienezza la vita e rispondere all’attualità della chiamata alla Santità che Dio rivolge ad ogni generazione: “.. siate santi perché io sono santo …” (Lv 11,44). Insomma, tutti uomini di questa terra, o ad essa inviati da Dio, affinché il sangue del loro martirio potesse costituire quel germe di novità e di verità, per il progresso dell’umanità, che sarebbe compiutamente germogliato, fruttificando copiosamente, nei secoli a venire. Così,
con “il senno di poi”, siamo testimoni che quel sangue non solo ha
edificato spiritualmente la gente della nostra regione, ma è divenuta
linfa vitale per tutto l’Occidente, prima, e per l’intero genere
umano, poi. Infatti, quel sangue sparso in libagione ha costituito il
retaggio, l’humus, del quale si sono nutriti spiritualmente nei secoli
successivi uomini e donne dello spessore di Sant’Isacco e degli altri
eremiti del Monteluco, di San Benedetto e Santa Scolastica, e, a distanza
di ottocento-mille anni ancora, di San Francesco e Santa Chiara, della
Beata Colomba, di Santa Chiara da Montefalco, fino ad arrivare a Santa
Rita e, ai giorni nostri, a Madre Speranza, solo per rammentare i più
noti. In
definitiva si tratta di uomini e donne che, ubbidendo alla chiamata di
Dio, hanno contribuito in maniera sostanziale a “forgiare l’uomo
moderno”, tracciando la strada da percorrere prima con l’esempio delle
opere e l’obbedienza della vita, e poi con il calore e la saggezza della
parola, sempre animata da spirito profetico e di profonda comprensione per
le sofferenze umane. Così
fu per Benedetto che, spettatore dello sfacelo politico, sociale e
spirituale conseguente alla caduta dell’impero romano, attraverso la
diffusione in Europa dei suoi monaci, ha gettato le basi per la rinascita
nel continente del tessuto sociale. “Dicono che in Europa non c’è
luogo in cui non si trovino tracce dell’azione dei monaci, e molte città
ebbero il loro primo nucleo in una abbazia” (Sicari). È proprio per
quest’opera di ricostruzione materiale e spirituale dell’uomo europeo
che Paolo VI proclamò San Benedetto patrono d’Europa. Ma allora c’è
da domandarsi: tutto frutto dell’intelligenza di questi Santi uomini?
Assolutamente no; al fondo di tutto rimane sempre e comunque l’amore
viscerale e indescrivibile di Dio per l’uomo, per ogni uomo, cosicché
ad ogni generazione Egli suscita profeti, re e sacerdoti per illuminare la
strada della Verità che passa attraverso il riconoscersi creature,
l’amore al nemico e la conversione del cuore. Lo
stesso è accaduto anche con San Francesco, allorquando il sistema
politico e sociale, nonché la Chiesa stessa, si ritrovarono immobilizzati
nelle miserie del medioevo. Ancora una volta Dio suscita un umbro a
ricostruire la società e la chiesa. Ma di quale chiesa, di quale tempio
si tratta? Non certo quello diroccato di S. Damiano, come inizialmente
Francesco crede, e forse nemmeno la stessa Ecclesia
(ripara
la chiesa acquistata dal sangue di Cristo, 1038 FF) come più tardi
comprenderà, sebbene a ragion veduta vista la corruzione allora
dilagante. Molto più realisticamente, Francesco è invece chiamato a fare
qualcosa di molto più grande ma anche inimmaginabile alla mente di uomo.
Dopo circa ottocento anni dall’inizio dell’opera di San Benedetto è
chiamato a collaborare per “sanare nuovamente l’uomo”,
quell’edificio spirituale creato a immagine e somiglianza di Dio (Gn
1,26), mistero per gli altri e mistero a se stesso, che, come Gesù
riferisce parlando di se, è tempio di Dio: “… distruggete questo
tempio ….”(Gv2,19), concretizzando questa realtà per ogni uomo
attraverso la risurrezione “… ogni volta che avete fatto queste cose a
uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me.” (Mt
25,40). Per
queste rilevanze storiche, pertanto, sostenere che l’Umbria sia stata
nel corso dei secoli l’epicentro di successivi e complementari processi
di progresso spirituale, culturale e sociale dell’occidente, non è
assolutamente azzardato. Anzi appare palesemente e storicamente falso
sostenere il contrario. Così facendo, d’altra parte, significherebbe
anche ignorare che il fiorire della Santità in Umbria abbia sensibilmente
contribuito a sviluppare quel senso del vero, del buono e del bello che
sono i canoni universalmente condivisi dalla laicità di ogni cultura ed
epoca storica. Conseguentemente, disconoscere le radici della nostra
regione, significa pure ignorare l’origine del patrimonio ambientale,
paesaggistico e culturale, unico e invidiato, sul quale poggia larga parte
dell’economia del nostro territorio. Ma
è pure opportuno ricordare che il patrimonio ereditato potrebbe perdere
d’interesse nel tempo, se non adeguatamente alimentato da
quell’identità che affonda le radici proprio in quel passato che è
stato descritto. In altre parole, i tesori che ci sono stati affidati
potranno rimanere tali solo se alimentati con quello stesso spirito che li
ha generati. Per contro, il rischio che si corre è quello di trasformarli
in idoli muti “incapaci di proferire parola e di suscitare emozioni”.
D’altra parte, “è possibile immaginare di perpetuare
quell’atmosfera che ha reso celebri i nostri borghi una volta che siano
stati privati di quello spirito che trova nella trascendenza dell’uomo
la sua origine?”. In
conclusione, allora è inevitabile domandarsi quanto gli amministratori
dei nostri enti locali siano realmente consapevoli delle responsabilità
che hanno assunto, in primis nei confronti di noi elettori, ma soprattutto
rispetto alla storia e a quanti nel mondo attendono un messaggio di
speranza e di salvezza. Come umbri, naturalmente, ci attendiamo che essi
sapranno tradurre la loro azione di governo in norme realmente efficaci, a
cominciare dallo statuto regionale in corso di riesame, a salvaguardia e
promozione dell’unica e irripetibile identità umbra che evidentemente,
per quanto ricordato, non può e non deve essere sommariamente ricondotta
al solo spirito libertario risorgimentale e della resistenza, per quanto
recente e rilevante esso sia. Sergio De Vincenzi – Presidente AGeSC Perugia |